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mercoledì 19 maggio 2010
giovedì 13 maggio 2010
U.S.A. E GETTA.......
Anche quest’anno negli Usa, per Pasqua, migliaia di persone sono state battezzate cattoliche. Non neonati, si badi bene, ma adulti di altre fedi o nessuna fede. Ormai il cattolicesimo è la denominazione religiosa maggioritaria negli Stati Uniti. Dunque, in grado di far sentire, e forte, la sua voce in un sistema in cui le lobbies di pressione e i bacini di voti sono tutto. E, guarda un po’, gli attacchi “pedofili” alla Chiesa provengono, da dieci anni a questa parte, dalle due “voci” dell’establishment anglosassone: l’inglese BBC e l’americano New York Times. Il “papismo” va ridimensionato prima che sia troppo tardi: questa è la parola d’ordine tra color che contano, la lega variopinta e straricca che, dal verde al rosso passando per il rosa e gli altri colori dell’arcobaleno, dirige la musica su questo pianeta, l’élite numericamente infima ma padrona (anche) dei media in cui si entra solo per cooptazione.
IL VILLAGGIO ROM A COLTANO
Terminati i lavori del nuovo villaggio. Un’area residenziale attrezzata per 17 famiglie rom 30/11/2009
Un'area residenziale - che sostituisce il fatiscente "campo nomadi" - voluta dal Comune di Pisa e sostenuta dalla Regione Toscana, per superare l'abitare inferiore e marginalizzante di una popolazione svantaggiata, stigmatizzata e ad economia debole.
Il progetto dell’area residenziale per famiglie rom a Coltano nasce all’interno di un piano di sistemazioni abitative “Le città sottili”, voluto dall’amministrazione comunale (con riferimento alla L.R. Toscana 2/2000) e rivolto ai gruppi rom presenti sul territorio con diversi insediamenti.
I riferimenti dell'intervento di superamento del vecchio campo (il cui progetto preliminare è stato realizzato dalla Fondazione Michelucci) trovano i loro presupposti nella particolare localizzazione dell’area di intervento (all’interno di un parco naturale) e nell’esigenza di dare una risposta concreta alla richiesta di un abitare non più precario e marginalizzante per una popolazione svantaggiata ad economia debole.
A fronte di una scelta localizzativa, che non presenta le condizioni più favorevoli che a favorire il difficile processo di inserimento urbano e sociale dei Rom (prossimità urbana, servizi territoriali, vicinanza di istituti scolastici, ecc.), l’attenzione è stata rivolta a ribaltare l’attuale situazione di “apartheid” geografico e sociale, pensando l’intervento come realizzazione di un borgo abitato nella campagna, in prossimità della via Aurelia, e di un complesso di abitazioni con servizi in relazione col parco.
In tal senso le scelte progettuali sono andate nella direzione di un progetto naturalisticamente integrato e rispettoso del territorio inteso come risorsa, rifacendosi nelle tipologie all’edilizia presente in maniera diffusa nell’area: la casa colonica a un piano a pianta generalmente quadrata con un corpo basso che si estende su di un lato e utilizzato in passato per l’attività agricola.
L’intervento prevede 17 unità abitative in muratura, aggregate in tre corpi di fabbrica in linea, distribuiti lungo un percorso pedonale che attraversa longitudinalmente il lotto; dal punto di vista costruttivo è stato previsto un sistema a muratura facilitata, ipotizzato per un intervento in autocostruzione, con elementi in polistirene espanso a riempimento in calcestruzzo, integrato a pannelli-cassero in materiale sintetico e cemento armato per i solai.
Nell’ottica di facilitare una vita di relazione aperta al proprio gruppo parentale allargato e un luogo dove i bambini e gli adolescenti possano trovare la piena sicurezza di una crescita non necessariamente penalizzante come quella dei classici campi, è stata realizzata una netta divisione fra la viabilità pedonale e carrabile, mentre gli alloggi hanno una fascia di pertinenza a verde in grado di garantire continuità fra interno ed esterno dell’alloggio.
I tre corpi di fabbrica si articolano intorno allo sviluppo di un modulo abitativo standard di 60,3 mq., che variando per disposizione e diminuzione dei locali crea un disegno d’insieme articolato che pure in una situazione di contiguità, garantisce un buon livello di privacy.
Nella definizione dell’alloggio tipo, le indicazioni progettuali - condivise anche con i futuri abitanti - hanno tenuto conto della particolare utenza sfruttando al massimo l’utilizzo delle superfici disponibili.
Nonostante il progetto sia stato pensato ipotizzando un intervento in autocostruzione, la realizzazione finale è stata affidata esternamente a seguito di appalto pubblico.
La base d'asta per la realizzazione del villaggio è stata di 920.000 euro.
Le opere previste (il cantiere era iniziato ad aprile 2007) sono state consegnate all'Amministrazione comunale di Pisa il 9 dicembre 2009.
SCHEDA TECNICA
superficie coperta
tipo A = 60,3 mq.
tipo B = 45,9 mq. (sopraelevazione)
tipo A = 12 moduli = totale mq. 723,6
tipo B = 5 moduli = totale mq. 229,5 (sopraelevazione)
totale superficie coperta mq. 723,6
Un'area residenziale - che sostituisce il fatiscente "campo nomadi" - voluta dal Comune di Pisa e sostenuta dalla Regione Toscana, per superare l'abitare inferiore e marginalizzante di una popolazione svantaggiata, stigmatizzata e ad economia debole.
Il progetto dell’area residenziale per famiglie rom a Coltano nasce all’interno di un piano di sistemazioni abitative “Le città sottili”, voluto dall’amministrazione comunale (con riferimento alla L.R. Toscana 2/2000) e rivolto ai gruppi rom presenti sul territorio con diversi insediamenti.
I riferimenti dell'intervento di superamento del vecchio campo (il cui progetto preliminare è stato realizzato dalla Fondazione Michelucci) trovano i loro presupposti nella particolare localizzazione dell’area di intervento (all’interno di un parco naturale) e nell’esigenza di dare una risposta concreta alla richiesta di un abitare non più precario e marginalizzante per una popolazione svantaggiata ad economia debole.
A fronte di una scelta localizzativa, che non presenta le condizioni più favorevoli che a favorire il difficile processo di inserimento urbano e sociale dei Rom (prossimità urbana, servizi territoriali, vicinanza di istituti scolastici, ecc.), l’attenzione è stata rivolta a ribaltare l’attuale situazione di “apartheid” geografico e sociale, pensando l’intervento come realizzazione di un borgo abitato nella campagna, in prossimità della via Aurelia, e di un complesso di abitazioni con servizi in relazione col parco.
In tal senso le scelte progettuali sono andate nella direzione di un progetto naturalisticamente integrato e rispettoso del territorio inteso come risorsa, rifacendosi nelle tipologie all’edilizia presente in maniera diffusa nell’area: la casa colonica a un piano a pianta generalmente quadrata con un corpo basso che si estende su di un lato e utilizzato in passato per l’attività agricola.
L’intervento prevede 17 unità abitative in muratura, aggregate in tre corpi di fabbrica in linea, distribuiti lungo un percorso pedonale che attraversa longitudinalmente il lotto; dal punto di vista costruttivo è stato previsto un sistema a muratura facilitata, ipotizzato per un intervento in autocostruzione, con elementi in polistirene espanso a riempimento in calcestruzzo, integrato a pannelli-cassero in materiale sintetico e cemento armato per i solai.
Nell’ottica di facilitare una vita di relazione aperta al proprio gruppo parentale allargato e un luogo dove i bambini e gli adolescenti possano trovare la piena sicurezza di una crescita non necessariamente penalizzante come quella dei classici campi, è stata realizzata una netta divisione fra la viabilità pedonale e carrabile, mentre gli alloggi hanno una fascia di pertinenza a verde in grado di garantire continuità fra interno ed esterno dell’alloggio.
I tre corpi di fabbrica si articolano intorno allo sviluppo di un modulo abitativo standard di 60,3 mq., che variando per disposizione e diminuzione dei locali crea un disegno d’insieme articolato che pure in una situazione di contiguità, garantisce un buon livello di privacy.
Nella definizione dell’alloggio tipo, le indicazioni progettuali - condivise anche con i futuri abitanti - hanno tenuto conto della particolare utenza sfruttando al massimo l’utilizzo delle superfici disponibili.
Nonostante il progetto sia stato pensato ipotizzando un intervento in autocostruzione, la realizzazione finale è stata affidata esternamente a seguito di appalto pubblico.
La base d'asta per la realizzazione del villaggio è stata di 920.000 euro.
Le opere previste (il cantiere era iniziato ad aprile 2007) sono state consegnate all'Amministrazione comunale di Pisa il 9 dicembre 2009.
SCHEDA TECNICA
superficie coperta
tipo A = 60,3 mq.
tipo B = 45,9 mq. (sopraelevazione)
tipo A = 12 moduli = totale mq. 723,6
tipo B = 5 moduli = totale mq. 229,5 (sopraelevazione)
totale superficie coperta mq. 723,6
martedì 4 maggio 2010
Libri, di carta o elettronici? Questo è il dilemma. Continueremo a leggere come abbiamo sempre fatto.....
Un libro elettronico (Ansa).Di carta o elettronico? Questo è il dilemma. Continueremo a leggere come abbiamo sempre fatto, cioè tenendo in mano un libro stampato su carta, con tutti i vantaggi e gli svantaggi della sua materialità, o presto diventeremo tutti lettori digitali, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso?
Alcuni editori giurano che i tempi per il debutto, in Italia, dell'e-book sono maturi. E ne hanno anche fissato la data del compleanno: autunno di quest'anno, con la prospettiva di diventare il regalo tecnologico più gettonato e ricercato del prossimo Natale. Sarà così? Impossibile dirlo. Certo, è innegabile che negli Stati Uniti il libro elettronico stia prendendo piede, anche se rappresenta ancora un segmento marginale del mercato librario. Un sospetto, però, ci frulla in testa: non è che queste previsioni così trionfalistiche sul successo prossimo venturo dell'e-book siano alimentate ad arte da chi ce lo vuole vendere?
Naturalmente il quid della questione è un altro: quale rapporto si instaurerà fra il lettore e il nuovo mezzo? Sboccerà un'amicizia, o resterà un amore mancato? A favore della prima ipotesi gioca il fatto che sull'e-book si potrà caricare un'enorme quantità di materiale e che i prezzi dei testi digitali dovrebbero ridursi sensibilmente rispetto a quelli del cartaceo. In questo senso, i benefici che se ne possono trarre nell'ambito dello studio e dei testi scolastici sembrano innegabili. A far pendere la bilancia verso la seconda ipotesi è invece un fattore se vogliamo impalpabile, persino romantico, ma dall'indiscutibile peso: il libro è bello tenerlo in mano, sentirne la consistenza, odorarlo persino... Nell'attesa che la storia si incarichi di rispondere agli interrogativi che restano in sospeso, sarà interessante seguire un evento previsto all'interno del Salone del libro di Torino (13-17 maggio). Il 13 maggio avrà luogo la conferenza “Che fine farà l’ebook. Tra libri di carta e applicazioni digitali”, nel corso del quale si presenteranno i risultati di un'indagine della NielsenBookScan e dell'Associazione italiana editori.
Intanto, manifestiamo simpatia per l'ironia del titolo, che scarica sull'e-book, anziché sul libro di carta, le incertezze del futuro. Ma cosa emerge dall'indagine? Del pubblico con età superiore ai 14 anni più aperto alle nuove tecnologie, il 7,5% dichiara di aver già comprato (o di accingersi a farlo) un e-book. Un altro 5,8% aspetta solo un maggior numero di titoli in italiano, e un altro 2,8% la possibilità di leggersi sullo schermo dei best seller. E il 27,0% solo la discesa del prezzo degli e-reader. Numeri per ora ancora lontani da quelli del mercato tradizionale, ma dai quali emerge anche una dinamica aperta alla novità.
Vini D.O.C., anzi D.O.P.
Che strano, non c'è più il vino Doc
Sugli scaffali troveremo il Dop: lo stabilisce un regolamento europeo appena varato. Ma non è l'unica novità. Una guida alla lettura dell'etichetta.
I vini Doc sono diventati Dop per una decisione europea e già si vedono negli scaffali. Non cambia niente, soltanto la sigla, da denominazione d’origine controllata a denominazione d’origine protetta. Questa può essere considerata una stranezza normativa, perché ormai i consumatori si erano abituati alla sigla Doc, ma non è la sola. Manca per esempio l’obbligo di dichiarare in etichetta se il vino è secco, amabile o dolce.
Soltanto i singoli disciplinari dei vini Doc possono prevedere questo obbligo, ma spesso non lo fanno, quindi può capitare di comprare oggi un vino Doc secco e domani lo stesso Doc amabile, si può immaginare con quanta sorpresa. Non è neanche obbligatorio dichiarare se il vino è bianco o rosso e, infatti, spesso non è dichiarato. E’ il consumatore che deve sguerciarsi a guardare attraverso la bottiglia. E se la bottiglia è nera? Inoltre, non è obbligatorio dichiarare in etichetta l’annata del vino, se non è previsto dal rispettivo disciplinare o se questo ne dà solo la facoltà. Anzi, nei semplici vini da tavola è addirittura vietato, anche se imbottigliati dallo stesso viticoltore che ha vendemmiato. Il perché è un mistero. E c’è anche il mistero del vino cotto. Gli esperti lo definiscono corposo, balsamico, profumatissimo e tonificante, ma è una rarità clandestina perché la legge ne vieta la commercializzazione, essendo considerata una sofisticazione del vino in base ai Regolamenti comunitari. Una volta il vino cotto era considerato una medicina e attualmente è celebrato nell’unica manifestazione in Europa che gli è dedicata, la sagra di Loro Piceno, un paesino nell’entroterra di Macerata. Il vino cotto locale si ottiene dalle uve migliori di Sangiovese, Trebbiano, Montepulciano, Maceratino e Verdicchio, il cui mosto viene fatto bollire per 8-10 ore in recipienti di rame. Ne viene ricavata una concentrazione pari ad un terzo di quella iniziale, che è fatta invecchiare per anche più di 30 anni in botti di rovere.
Il prodotto di questa lavorazione è una bevanda che –secondo gli esperti– non ha nulla da invidiare al Porto. E’ vietato anche chiamare vino il Fragolino, tanto che per un po’ di tempo i Servizi repressione frodi hanno fatto il giro di ristoranti, trattorie, bar e osterie per vedere se servivano sottobanco ai clienti il Fragolino, vino ricavato dall’uva fragola. Sembra che si tratti di un reato molto grave, più che vendere o comprare sigarette di contrabbando, poiché l’uva fragola non nasce da una vitis vinifera come il Pinot o il Trebbiano e il Dpr n. 162/1965 ha vietato tassativamente di vendere vino non ricavato da una vitis vinifera. Il paradosso è che, mentre si può preparare e commercializzare una bevanda di fantasia con qualsiasi intruglio che viene in mente, con il vino non si scherza. Fortunatamente è stata trovata una scappatoia all’italiana: basta dichiarare sul menù o listino che non si tratta di vino, ma di una bevanda di fantasia.
Il prodotto di questa lavorazione è una bevanda che –secondo gli esperti– non ha nulla da invidiare al Porto. E’ vietato anche chiamare vino il Fragolino, tanto che per un po’ di tempo i Servizi repressione frodi hanno fatto il giro di ristoranti, trattorie, bar e osterie per vedere se servivano sottobanco ai clienti il Fragolino, vino ricavato dall’uva fragola. Sembra che si tratti di un reato molto grave, più che vendere o comprare sigarette di contrabbando, poiché l’uva fragola non nasce da una vitis vinifera come il Pinot o il Trebbiano e il Dpr n. 162/1965 ha vietato tassativamente di vendere vino non ricavato da una vitis vinifera. Il paradosso è che, mentre si può preparare e commercializzare una bevanda di fantasia con qualsiasi intruglio che viene in mente, con il vino non si scherza. Fortunatamente è stata trovata una scappatoia all’italiana: basta dichiarare sul menù o listino che non si tratta di vino, ma di una bevanda di fantasia.
sabato 1 maggio 2010
Bunker in Norvegia salva semi ?
OSLO, Norvegia -- E' una sorta di Arca di Noè costruita in una caverna scavata nel permafrost. Il suo scopo sarà quello di conservare i semi di tre milioni di specie vegetali per garantire, in caso di catastrofe planetaria, la continuazione della vita sulla Terra. Sono cominciati in questi giorni alle isole Svalbard i lavori di costruzione della "cassaforte del giorno del giudizio", come l'hanno soprannominata i suoi inventori.
Si tratta di un caveau in cemento armato, realizzato in una caverna scavata nel permafrost. la sua costruzione costerà due milioni e mezzo di euro, pagati interamente dal governo norvegese. Il deposito garantirà la conservazione di semi congelati di quasi tutte le specie di piante presenti sul nostro pianeta. E consentirà ai sopravvissuti di catastrofi naturali o di una malaugurata apocalisse nucleare, di far risorgere l'agricoltura e ricostruire le coltivazioni essenziali nella loro biodiversità.
Il progetto, patrocinato dal Global Crop Diversity Trust (Gcdt), la fondazione internazionale per la varietà globale delle colture, è ospitato - col plauso della Fao, l'agenzia Onu per l'alimentazione - nell'arcipelago delle Svalbard, in territorio norvegese.
I semi e le spore verranno conservate per centinaia o migliaia di anni, a una temperatura costante di 18-20 gradi sotto zero. Per far questo sarà costruita una caverna rinforzata da un guscio di calcestruzzo spesso un metro e da porte blindate d'acciaio dello stesso spessore.
L'ingresso verrà difeso, oltre che dal "gradevole" clima artico, dai guardiani naturali: gli orsi polari.
Il guscio artificiale è immerso profondamente nel parmafrost (ovvero nel terreno permanentemente ghiacciato) e nella roccia. Anche se gli impianti di refrigerazione dovessero finire fuori uso, ci vorrebbero mesi, forse anni, prima che la temperatura nel caveau si avvicini solo ai 3,5 gradi sottozero del permafrost circostante.
All'interno del "caveau frigorifero" saranno custoditi tre milioni di campioni. Raccolti in buste contenenti centinaia di semi di specie diverse provenienti da ogni ambiente, clima e angolo del pianeta.
''Questa struttura fornirà i mezzi pratici per reimpiantare le colture distrutte da catastrofi di primo ordine - ha spiegato il capo del progetto Cary Fowler, a capo del Gcdt - una guerra nucleare, catastrofi naturali o incidenti". Oppure da "errori di gestione'' che rischiano di sradicare e far estinguere specie vegetali essenziali.
''Il deposito è di importanza internazionale", ha assicurato il premier svedese Stoltenberg durante l'inaugurazione alla presenza degli altri colleghi scandinavi. "Sarà l'unico nel suo genere perché tutte le altre banche genetiche esistenti sono di natura commerciale''.
''Ci auguriamo così di preservare la diversità biologica in agricoltura, soprattutto delle colture essenziali per l'alimentazione'', ha sottolineato il ministro dell'agricoltura di Oslo, Terje Riis-Johansen. ''Penso che numerosi Paesi utilizzeranno questa cassaforte anche per premunirsi contro le malattie delle piante e altre minacce''.
Speriamo che tutto questo progetto non nasconda qualche altro mistero, perchè spendere questa cifra per un qualcosa che potrebbe avvenire oppure no sembra un pò strano.
IL TERMINALE OLT-LNG TOSCANA (visto dalla parte interessata)
I dati in breve:
22 km al largo della costa tra Livorno e Pisa
36 km di condotti interrati, di cui 29,5 km sottomarini
6 metri la profondità di interramento della condotta lungo il Canale Scolmatore per garantire la navigabilità
La collocazione del rigassificatore è stata scelta a livello nazionale perchè Livorno è un porto adeguato a supportare le attività del terminale.
Livorno è inoltre collocato in una zona strategica di approvvigionamento, vicina ai territori dove il gas viene maggiormente utilizzato.
La Toscana, infatti, è una delle regioni che utilizzano maggiori quantità di gas, con un consumo annuo di circa 4 miliardi di metri cubi. Si stima che nei prossimi 2-3 anni il fabbisogno crescerà a circa 7 miliardi di metri cubi annui.
Informazioni estratte dal sito dell'OLT-LNG Toscana.
IL TERMINALE OLT-LNG TOSCANA: (visto dal comitato No off-shore)
Firmato a Livorno un accordo tra Olt e la Fratelli Neri: 40 i nuovi assuntiMa il Comitato No off-shore tira dritto e domenica manifesta Tirrenia
LIVORNO. E' stato firmato oggi in Comune, il primo degli accordi tra la Olt Offshore Lng Toscana e la Fratelli Neri che, secondo la multinazionale dell'energia, sanciranno l'assunzione da parte di quest'ultima di tutti i compiti relativi alla vigilanza, all'assistenza, al pattugliamento e al supporto logistico del terminale, mettendo a disposizione una vera flotta di mezzi specializzati e il relativo personale.
Gli accordi avranno una durata di 15 anni a cui se ne aggiungeranno altri 5 in opzione e prevederanno nuove assunzioni da parte della Fratelli Neri per circa 40 unità tra manager, personale marittimo e addetto alla base a terra.
Per svolgere i compiti relativi agli accordi, l'investimento stimato dalle aziende è di oltre 50 milioni di euro dedicati anche alla costruzione di una flotta di mezzi creati appositamente per rispondere alle esigenze del futuro rigassificatore: un nuovo guardian - supply vessel, un crew boat e due rimorchiatori da 100 tonnellate di tiro con qualifica escort.
La notizia dell'accordo non ha fermato i membri del Comitato No off-shore che hanno organizzato una manifestazione contro il terminal, per domenica, a Calambrone. «Riteniamo che, dopo gli scavi a mare e le polemiche sulla chiusura della Meloria, sia giunto il momento di aprire un dibattito sulla questione "mare". Gli scavi hanno sollevato i fanghi a suo tempo depositati sui fondali, fra i quali il micidiale Tbt scoperto a suo tempo da Greenpeace, causando a nostro avviso seri problemi per la balneazione in zona Calambrone - Tirrenia» hanno spiegato dal Comitato.
«Tutto ciò contrasta clamorosamente non solo con la necessaria cautela per la salute pubblica dovuta in questi casi, e di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico, ma anche con il rispetto per il santuario dei cetacei ed ora anche per il neo-parco della Meloria, zone in quanto tali soggette a maggior protezione di altre non elevate a parchi».
Intanto, nell'incontro di ieri, Olt ha precisato, che la nave Golar Frost attualmente in cantiere a Dubai per i lavori di trasformazione, giungerà, nei primi mesi del 2011, al largo delle coste toscane, a circa 22,5 Km. L'entrata in esercizio è prevista per la metà del 2011, con una capacità di rigassificazione di 3,75 miliardi di mc/anno, pari circa il 4% del fabbisogno nazionale.
da greenreport.it.
venerdì 30 aprile 2010
BRUCIARE IL PETROLIO NEL GOLFO DEL MESSICO: IL MALE PEGGIORE.
Da qualunque parte la si guardi, questa bruttissima storia si rivela per quella che è: un disastro ambientale di proporzioni immani. Il petrolio che sgorga libero nelle acque del Golfo del Messico è pari a 5000 barili al giorno. Le stime ora sono più precise, dopo che il NOAA ha scoperto che un nuovo pozzo si è aperto e che lascia fuoriuscire altro carburante. La soluzione paventata, quella cioè di bruciare in acqua il greggio, con tutti i fumi di combustione che si produrebbero, si potrebbe rivelare ancora più inquinante dell’arrivo della marea nera sulle coste della Louisiana.
E’ davvero complessa la situazione nel Golfo del Messico dopo che lo scorso 22 aprile, (Giornata della Terra) la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della Bp ha preso fuoco e si è inabissata. La chiazza di greggio, ad oggi, è lunga oltre i 20 Km.
La chiazza di petrolio nel Golfo del Messico, le foto NASA.
La soluzione paventata è quella di dare fuoco, secondo procedure controllate al petrolio, perché sia le barriere, sia i sistemi di pulitura delle acque si stanno rivelando soluzioni non sufficienti rispetto all’estensione del disastro.
Ad alimentare le preoccupazioni degli ingegneri e dei tecnici della Guardia Costiera il nuovo fronte dell’emorragia di greggio troppo vicino agli estuari e alle paludi a sud della Louisiana. Ieri le prime prove di incendio controllato del petrolio. Nessuno però ha proposto soluzioni ai fumi dei fuochi controllati che andranno a inquinare l’atmosfera.
TRA IL 2000 E IL 2008 121 MILIONI DI CRISTIANI IN PIU'
In questi giorni viene presentato l'Annuario Statistico della Chiesa pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, ha ricordato questo martedì la Sala Stampa della Santa Sede.
L'Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa prepara ogni anno questo libro che informa sugli aspetti più importanti che caratterizzano le attività della Chiesa cattolica nei vari Paesi e continenti.
Tra gli aspetti raccolti in quest'ultima edizione, con dati del 2008, c'è un aumento del numero di cattolici nel mondo leggermente superiore a quello del resto della popolazione.
"A livello planetario il numero dei cattolici battezzati è passato da 1.045 milioni nel 2000 a 1.166 milioni nel 2008, con una variazione relativa di +11, 54%", segnala il comunicato.
Questa cifra presuppone una crescita di 121 milioni di cattolici in otto anni, "che evidenzia un comportamento di sostanziale stabilità della diffusione dei cattolici battezzati", aggiunge la Sala Stampa vaticana.
Il cattolicesimo cresce in modo diverso nei vari continenti. La crescita maggiore si registra in Africa, giungendo a un incremento del 33,02% tra il 2000 e il 2008.
All'estremo opposto, in Europa si manifesta una situazione praticamente stabile (1,17%), mentre in Asia il numero dei cattolici cresce del 15,61%, in Oceania dell'11,39% e in America del 10,93%.
"Si va dalla riduzione relativa dei cattolici europei che, pur aumentando in valore assoluto, vedono scendere il loro peso nel mondo, dal 26, 81% del 2000 al 24, 31% del 2008, alla correlativa acquisizione d'importanza dei cattolici africani che passano, nei due anni appena citati, dal 12, 44% al 14, 84%", indica il comunicato.
continua....................
domenica 25 aprile 2010
IL MIO DRAMMA CON LA Ru 486
Stavo morendo, ho perso tutto.
Infine la decisione di abortire e il benevolo consiglio di un medico spagnolo, gentile quanto ingannevole: «Due pillole e non ci pensi più».
Un figlio indesiderato, una gravidanza annunciata e poi confermata da due rapidi test fai-da-te nel bagno dell’università di Barcellona, dove da qualche mese studiava con il suo fidanzato. Infine la decisione di abortire e il benevolo consiglio di un medico spagnolo, gentile quanto ingannevole: «Due pillole e non ci pensi più»...
Invece Anna (nome di fantasia), 24 anni, studentessa calabrese, ripenserà per sempre a ciò che è avvenuto dal momento in cui ha assunto la Ru486, un "medicinale" che non cura niente e nessuno, nato allo scopo specifico di sopprimere la vita al suo esordio. Ma che quel giorno rischiò di uccidere la giovane madre, oltre a quel feto che oggi, mentre piange, chiama «figlio».
«Ero partita dall’Università della Calabria per il "Progetto Erasmus" – racconta incontrandoci sul Ponte Pietro Bucci dell’ateneo, i segni di una sofferenza indelebile sul volto e nel tremore della voce –. Studiavo e tuttora studio a Cosenza, allora ero una ragazza felice e piena di propositi per il futuro, anche perché presto ho conosciuto il mio fidanzato, con cui poi sarei partita per Barcellona...». Gli occhi neri si muovono rapidi e insicuri, offuscati da un’ombra di dolore, ciò che resta del suo viaggio in quello che lei chiama «il tunnel oscuro» e dal quale ancora non sa uscire.
La sua storia è di quelle che iniziano fin troppo bene, con un bando proposto agli studenti più meritevoli per uno scambio culturale e formativo in una delle città europee, il brillante superamento della selezione assieme al fidanzato (che chiameremo Roberto), e la partenza per la metropoli catalana.
«Doveva essere un’esperienza indimenticabile», ricorda senza sorridere. Anna, che nel suo soggiorno spagnolo condivide l’alloggio con due compagne straniere, un giorno si accorge, calendario alla mano, che i conti non tornano: «All’inizio pensavo che il mio ritardo derivasse da alcuni antibiotici che avevo assunto per una brutta influenza – prosegue –, poi cominciai a temere di essere rimasta incinta e in una farmacia del centro comprai il test di gravidanza». La vita di suo figlio, annunciata in quel bagno, le cadde addosso come la peggiore delle notizie. «Lo dissi a Roberto e sperammo entrambi in un errore, ma anche il secondo test diede lo stesso risultato. Da allora litigammo furiosamente...».
La vita di Anna iniziava a frantumarsi, e il primo pezzo che se ne andava era proprio l’amore: da una parte c’era Roberto, deciso a tenere quel figlio e a prendersi le sue responsabilità di padre nonostante i suoi 24 anni e la mancanza di un lavoro, dall’altra le paure della giovane, il timore dei genitori, il terrore della solitudine. E sola rimane davvero, Anna, accompagnata da un’amica spagnola nella struttura sanitaria in cui i medici le spiegano che «la Spagna è molto più avanti dell’Italia e qui c’è la libertà di abortire con semplicità».
Infine la decisione di abortire e il benevolo consiglio di un medico spagnolo, gentile quanto ingannevole: «Due pillole e non ci pensi più».
Un figlio indesiderato, una gravidanza annunciata e poi confermata da due rapidi test fai-da-te nel bagno dell’università di Barcellona, dove da qualche mese studiava con il suo fidanzato. Infine la decisione di abortire e il benevolo consiglio di un medico spagnolo, gentile quanto ingannevole: «Due pillole e non ci pensi più»...
Invece Anna (nome di fantasia), 24 anni, studentessa calabrese, ripenserà per sempre a ciò che è avvenuto dal momento in cui ha assunto la Ru486, un "medicinale" che non cura niente e nessuno, nato allo scopo specifico di sopprimere la vita al suo esordio. Ma che quel giorno rischiò di uccidere la giovane madre, oltre a quel feto che oggi, mentre piange, chiama «figlio».
«Ero partita dall’Università della Calabria per il "Progetto Erasmus" – racconta incontrandoci sul Ponte Pietro Bucci dell’ateneo, i segni di una sofferenza indelebile sul volto e nel tremore della voce –. Studiavo e tuttora studio a Cosenza, allora ero una ragazza felice e piena di propositi per il futuro, anche perché presto ho conosciuto il mio fidanzato, con cui poi sarei partita per Barcellona...». Gli occhi neri si muovono rapidi e insicuri, offuscati da un’ombra di dolore, ciò che resta del suo viaggio in quello che lei chiama «il tunnel oscuro» e dal quale ancora non sa uscire.
La sua storia è di quelle che iniziano fin troppo bene, con un bando proposto agli studenti più meritevoli per uno scambio culturale e formativo in una delle città europee, il brillante superamento della selezione assieme al fidanzato (che chiameremo Roberto), e la partenza per la metropoli catalana.
«Doveva essere un’esperienza indimenticabile», ricorda senza sorridere. Anna, che nel suo soggiorno spagnolo condivide l’alloggio con due compagne straniere, un giorno si accorge, calendario alla mano, che i conti non tornano: «All’inizio pensavo che il mio ritardo derivasse da alcuni antibiotici che avevo assunto per una brutta influenza – prosegue –, poi cominciai a temere di essere rimasta incinta e in una farmacia del centro comprai il test di gravidanza». La vita di suo figlio, annunciata in quel bagno, le cadde addosso come la peggiore delle notizie. «Lo dissi a Roberto e sperammo entrambi in un errore, ma anche il secondo test diede lo stesso risultato. Da allora litigammo furiosamente...».
La vita di Anna iniziava a frantumarsi, e il primo pezzo che se ne andava era proprio l’amore: da una parte c’era Roberto, deciso a tenere quel figlio e a prendersi le sue responsabilità di padre nonostante i suoi 24 anni e la mancanza di un lavoro, dall’altra le paure della giovane, il timore dei genitori, il terrore della solitudine. E sola rimane davvero, Anna, accompagnata da un’amica spagnola nella struttura sanitaria in cui i medici le spiegano che «la Spagna è molto più avanti dell’Italia e qui c’è la libertà di abortire con semplicità».
Sola è anche quando i camici bianchi le raccontano che non avrà alcun problema, che «basterà assumere due pillole, una per bloccare la gravidanza e l’altra per espellere il feto, niente di complicato, al massimo quel piccolo fastidio come nelle giornate del ciclo...». Sola quando imbocca il tunnel senza nemmeno far sapere a Roberto che tra poche ore non sarà più padre.
Fine ......prima parte
venerdì 23 aprile 2010
PASQUA DEI POVERI
Lui, Paolo (nome di fantasia), scende dalla sua utilitaria appena parcheggiata sul tratto finale di via don Bosco. Gli occhi lucidi, si fa forza tenendo per mano i figli e la moglie, Natasha (come sopra). Suona al campanello della casina , la sede centrale della San Vincenzo de’ Paoli di Pisa. Parla con il presidente Leandro Casarosa, racconta la loro storia.
Paolo fa il muratore. Anzi, lo faceva. Una mattina il titolare dell’impresa gli ha detto: «Oggi non c’è più lavoro. Né ci sarà più». «E noi non sappiamo dove sbattere la testa».
Paolo fa il muratore. Anzi, lo faceva. Una mattina il titolare dell’impresa gli ha detto: «Oggi non c’è più lavoro. Né ci sarà più». «E noi non sappiamo dove sbattere la testa».
Ritrovarsi poveri da un giorno all’altro. Non è un’esperienza così rara in tempi di crisi economica. I dati offerti dai Centri per l’impiego parlano chiaro: il numero degli iscritti alle liste di collocamento è salito nell’ultimo anno di settemila unità. Oggi sono 37mila.
L’economia ha sentito i morsi della crisi globale. Le istituzioni hanno messo in campo molti ammortizzatori sociali. E così, mentre le attività produttive medie e grandi hanno potuto usufruire della cassa integrazione ordinaria o di quella straordinaria, quelle al di sotto dei quindici dipendenti hanno potuto far ricorso alla cassa in deroga.
Da maggio 2009 ad inizio marzo 2010 ne hanno usufruito, in provincia di Pisa, 2.379 dipendenti: soprattutto operai (1925) o apprendisti (240), ma anche impiegati (212). Più donne (1227) che uomini (1152). Dipendenti che, in molti casi, hanno già diversi anni di esperienza lavorativa in questo o quel settore (in 609 hanno tra i 45 ed i 54 anni e ben 289 hanno superato i 55).
Prima o poi, però, gli ammortizzatori sociali finiscono. Oppure c’è qualcuno che non l’ha mai chiesti, perché non sa di averne diritto.
E la possibilità di ritrovarsi, da un giorno all’altro, sulla strada, è molto concreta.
Ne sanno qualcosa i volontari della San Vincenzo de’ Paoli riuniti nelle venti conferenze delle diocesi di Pisa e San Miniato: il numero di singles o famiglie assistite, negli ultimi mesi, è in notevole crescita. Oggi arriva a 1.900 utenti l’anno. I vincenziani offrono ascolto, portano una parola di speranza, e, sempre, un pacco spesa o un documento da firmare per avviare una pratica: spetterà a questo o quell’ufficio pubblico portarla a lieto fine. Sentinelle del territorio, i volontari della San Vincenzo conoscono storie di miseria, di solitudine, di paure e preoccupazioni forse meglio di chiunque altro.
Come quella di Paolo, Natasha e dei loro due figli. Leandro Casarosa accoglie la famiglia in ufficio. Bollette ed affitto da pagare, una tavola da riempire , le esigenze quotidiane dei figli. D’accordo stringere la cinghia, ma senza niente è difficile andare avanti. «Abbiamo dato via tutto, persino la cazzola» dice Paolo, che racconta come, in fondo, il titolare della ditta per cui lavorava, non se la stia cavando molto meglio di lui.
Fine prima parte...................................
LA PASQUA DEI POVERI
seconda parte........................
Casarosa prende dall’armadio i pochi risparmi dell’associazione. Avvia una pratica per l’integrazione all’affitto della casa in cui vive la famiglia. Dal magazzino, vestiti. In questi giorni sono arrivati in dono pacchi della Benetton . La Provvidenza arriva sempre, sotto mille forme, e spesso quando meno te lo aspetti e hai perso ogni fiducia nel Signore.
Si salutano. «Ma torneranno tra tre giorni, c’è da pensarlo».
Anche gli utenti che gravitano intorno al Centro di ascolto della Caritas sono in aumento ed in aumento è il denaro, frutto della generosità del popolo di Dio, destinato ai poveri: per coprire bollette dei servizi essenziali, che altrimenti resterebbero insolute; o l’affitto di un miniappartamento.
Negli uffici di via delle Sette Volte, a due passi da piazza dei Cavalieri, si intrecciano mille storie che resteranno nascoste agli occhi dei più. Come quello di una donna albanese, sposata con un connazionale. Marito violento, convivenza pesantissima - racconta Marco Arzilli, responsabile del Cda - e fatta di continue vessazioni e violenze, anche fisiche, sia su di lei che sulla figlia di cinque anni.
Adesso la donna è uscita da questa situazione. Ha trovato la forza di cercarsi un lavoro e senza l’aiuto di nessuno, anche una casa per sé e la propria figlia. Vive una vita propria, sanando, tra l’altro, i debiti contratti dal marito a suo nome.
Le mense dei poveri, intanto, continuano a lavorare a pieno ritmo. Cento e più pasti al giorno, dietro presentazione di un buono-pasto fornito (gratuitamente, ci mancherebbe) dalla Caritas. Senza fissa dimora - su questi servirebbe aprire un altro capitolo - o chi una casa ce l’ha, ma non ha da mangiare. Extracomunitari o italiani, in alcuni casi anche anziani.
di Andrea Bernardini da TOSCANA OGGI
sabato 17 aprile 2010
RAIMONDO VIANELLO s'è ne andato l'ultimo di una sana comicità.

insieme a Tognazzi ha interpretato una miriade di personaggi interpretando, nella coppia, quasi sempre la spalla più colta, elegante, e socialmete più evoluta; mi rimarra sempre in mente lo sketch del giornalista Tv che và a intervistare il montanaro della Val Trompia che sta creando uno stuzzicadenti da un tronco d'albero. Credo che Lui e Tognazzi siano stati tra le più grandi coppie del varietà Italiano.
Che dire poi di tutta la sua attività con la nuova compagna, ovvero quella con la moglie Sandra Mondaini, in questa caso invece ha sempre interpretato la parte del marito insofferente e cinico, nei confronti della moglie.
La sua comicità, talvolta pungente, è comunque sempre stata elegante, intelligente,senza mai una parolaccia, e sempre alla ricerca di nuovi filoni di umorismo.
Raimondo Vianello aveva poi, un'altra grande passione quella dello sport e ancor più del calcio. Estimatore dalla giovinezza del grande Torino ha sempre saputo trattare e criticare gli eventi sportivi con grande arguzia, preparazione, ed equilibrio tanto da condurre programmi sportivi, e successivamente essere invitato come commentatore fisso nei dopo partita degli incontri di coppe internazionali.
Vianello ha anche preticato a livello amatoriale il calcio giocando fino a tarda età dopodichè ha allenato e fatto il dirigente di squadre giovanili e amatoriali.
Rimarrà sempre nei nostri cuori come il Signore dell'umorismo Italiano.
Ciao Raimondo un bacio di tutto cuore, con Te se nè andato non solo un ottimo e amato artista ma anche un padre, un nonno di tutti noi amato per la sua umanità e bontà.
domenica 11 aprile 2010
Caro Dottore, ogni bambino concepito diventa "adorabile"!

Ho trovato su Internet questa lettera e la riporto volentieri perchè ritengo possa essere d'aiuto a chi, credente o no, abbia dubbi e preoccupazioni, che potrebbero rendere insostenibile il tempo della gravidanza.
Lunedì 09 Giugno 2008
Premessa:
In attesa del terzo figlio, ad una coppia di sposi, viene comunicato che esiste un'elevata probabilità (basata sullo screenig prenatale) che il bambino, da loro concepito, possa nascere con una grave malformazione congenita o che addirittura non riesca a terminare la gravidanza. Di fronte alle obiezioni scientifiche che suggerirebbero l'esecuzione immediata di un successivo esame diagnostico (villocentesi) ma pericoloso per il feto, Paola decide di scrivere una lettera al suo ginecologo. E ne scrive poi una seconda in prossimità del parto (che non riesce però a consegnargli) quando l'unica presunta patologia fetale rimane la sindrome di Down. Sono due preziose testimonianze di fede e amore, due catechesi che spiazzano il medico destinatario delle due missive. Ciò che raccontiamo è accaduto alcuni anni fa, il terzo figlio di Paola e Nicola, grazie a Dio, è nato senza nessuna malformazione.
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Caro Dottore,
mi permetto di scriverLe queste poche righe, perché, senza rubarLe tempo in studio, vorrei parteci-parLe la nostra serenità e le ragioni di una scelta che, mi pare di aver capito, forse non molte mam-me fanno.
In primo luogo, io ho capito chiaramente la situazione: c’è un’alta probabilità che il bambino possa essere malato. Quindi può accadere che debba partorire un bimbo già morto, o che morirà in breve tempo, oppure che mio figlio viva per sempre con un handicap fisico o psichico più o meno grave (con la conseguenza che dottori, cure, ospedali e problemi di ogni tipo saranno all’ordine del gior-no…).
Adesso però vedo che è vivo: sembra quasi correre, con il suo battito così accelerato. Grazie alla mia pancia, almeno per un po’ ancora (nel peggiore dei casi), può continuare a vivere. Perché pro-prio io, che sono la sua mamma, dovrei negargli quel poco di vita che gli è stata data da vivere? Forse perché mi risulta insopportabile l’idea che debba morire, l’idea di celebrare un funerale in oc-casione proprio del “lieto” evento della nascita, oppure l’idea che sia diverso dagli altri, “malato”... Ma la soluzione, di fronte a questo dramma della vita, può mai essere quella di ucciderlo adesso? Si è disposti a fare di tutto per accompagnare un figlio nella vita: l’istinto materno mi fa sembrare pre-zioso ogni secondo della sua esistenza. E’ questo il punto: che questo atteggiamento mi pare norma-le, non eroico o eccezionale!
E poi la mia salute psichica: dentro la fatica e il dolore (magari anche nell’insofferenza, debolezza comprensibile in tanti casi!) io andrò a dormire con il cuore in pace, con il cuore leggero. Una mamma che sceglie l’IVG credo che si ritrovi a vivere il tutto come una specie di incubo che però non finisce con l’atto dell’aborto. Cercherà di convincersi di aver fatto la cosa giusta, forse in molti momenti ci riuscirà anche: ma il cuore veramente in pace non lo avrà mai!
Poi l’altra questione: forse come genitori avremmo il dovere di non far nascere un bambino malato, in quanto lui stesso potrebbe dirci che la sua vita non meritava di essere vissuta, che avremmo fatto meglio ad eliminarlo subito.
Innanzitutto mi sembra che sia lo Stato a suggerirmi questo, perché se effettivamente nascessero tutti i bambini malati che vengono concepiti (immagino moltissimi, perché l’età delle mamme è sempre più avanzata) ci sarebbe un vero tracollo del nostro sistema sanitario, ancora assistenziale. Oggettivamente il nostro Stato non si può permettere di provvedere a tanti bambini malati, voce as-solutamente passiva del bilancio. Ma, onestamente, la cosa non mi interessa: non rinuncio alla vita di mio figlio per ragioni di bilancio pubblico (scarsa coscienza civile?). Per inciso, so anche che molte spese graveranno sulle nostre spalle. Lo Stato comunque non parla chiaramente, non dice che si tratta di una pura e semplice questione organizzativa ed economica. Fa parlare il bambino met-tendogli in bocca delle parole sulle quali mio figlio potrebbe (almeno con il beneficio del dubbio!) non essere assolutamente d’accordo.
Mi sembra evidente una cosa: ogni essere umano vive per essere felice. Nella vita può capitare di tutto, vediamo molti bambini sani che non sono per niente felici. Specialmente nella fase adolescen-ziale, ma anche prima, manifestano in maniera assolutamente assurda la loro insofferenza nei con-fronti della vita; la disprezzano apertamente, anche se è una vita sana, senza problemi. Questo può accadere anche a un bambino-adolescente malato, magari a maggior ragione, perché non può appar-tenere al “branco” e fare la vita “da sballo” degli altri. Ma ci sono tanti bambini malati felici, forse proprio perché malati non danno per scontate tante cose. Sono contenti di vivere perché hanno capi-to il valore delle cose. Per un bambino, molto dipende da chi si ritrova intorno; è il contesto umano che lo può rendere felice o infelice, consapevole o inconsapevole del valore della sua vita. Se una mamma tratta il proprio bimbo come uno sbaglio della natura o come un suo errore, sarà difficile che il bambino da solo riesca a capire che può essere felice, come e più degli altri. Quindi, come si fa a presupporre che il destino di un bambino malato sia necessariamente l’infelicità? Oggi come oggi, mi sembrano molto più segnati i destini di troppi figli sani.
Tornando a me e Nicola: penso che il nostro bimbo possa stare abbastanza tranquillo. L’abbiamo desiderato tanto, cercheremo di volergli tutto il bene di questo mondo, così come cerchiamo di fare con gli altri due. E speriamo in bene. Forse sbaglieremo, sarà difficile, magari non ce la faremo, ma è un rischio educativo che un genitore deve essere disposto a correre.
Ma non è umano tutto questo, non dovrebbe essere normale?
Paradossalmente, in questi giorni - a parte la notte immediatamente dopo la notizia della probabile malattia (perché è pure umano soffrire se sai che il tuo bimbo probabilmente è malato) - ho pensato di più, mi sono vista più preoccupata per il destino degli altri, di quelli non desiderati, di quelli non voluti soltanto perché sono malati. Di come sia assurdo che non possano dire la loro a proposito del-la vita. Per loro non posso fare niente, ma a questo punto mi pare doveroso almeno difendere il mio bimbo.
Avrà capito che dietro a queste riflessioni c’è una viva, seppur piccola, esperienza di fede. E’ vera-mente importante questa nostra fede, perché la salvezza che ci promette non è solo quella dopo la morte (che comunque non è poco), ma è soprattutto la salvezza della nostra vita concreta e della no-stra umanità. Peccato che la fede sia vista come un accessorio, uno svago come tanti altri, come il rifugio delle persone deboli. Non è così. La fede, ad esempio, può salvare una cosa come l’istinto materno, che è qualcosa di bello e molto umano.
Ma l’ultima obiezione potrebbe essere: “Ecco, tu non sei un animale”, devi riflettere, non essere stupida, sfrutta il progresso che la scienza ti offre, non devi procreare irresponsabilmente come gli animali!
Proprio per concludere: è quasi vent’anni che coltivo una gran passione per la scienza (nel mio set-tore fisico-matematico) e spero davvero che la ricerca continui ad impegnarsi per garantire a tutti sempre più vita, sempre più cure e possibilità di prevenzione delle malattie. Adesso non mi sembra che faccia molto onore alla scienza sopprimere un paziente (il feto) soltanto perché non è ancora in grado di curarlo. Sicura di non essere affatto irresponsabile, sono disposta anche a farmi dare della stupida, piuttosto che interrompere la vita del mio bambino.
Mi fermo, perché non vorrei averLa stufata con le mie riflessioni. Però è anche giusto fermarsi a ri-flettere, specialmente quando c’è di mezzo la vita di un bimbo. Così avrà compreso le ragioni della nostra scelta, che mi sembra semplicemente “umana”. Siamo convinti che vorrà continuare ad assi-sterci, come ha sempre fatto, con tanta premura, disponibilità e gentilezza, anche in questa scelta.
Vorrei poi alleggerirLa del peso di comunicarci eventuali brutte notizie (magari vedrà qualcosa nel-le prossime ecografie…). Non si preoccupi per noi, avremo ovviamente umanissime reazioni, ma non ci dispereremo!!!
Con tanta stima e gratitudine
Paola e Nicola
Pubblicato da Mariagloria
Seconda lettera di Paolo e Nicola al Dottore.

Caro Dottore,
dato che il parto è vicino (si spera), la volevo ringraziare di cuore per tutto. E le volevo chiedere un ultimo regalo.
Abbiamo detto che con i vari controlli ecografici dovremmo avere escluso le anomalie cromosomi-che più gravi, mentre rimane alta la probabilità che il nostro bimbo abbia la sindrome di Down. Questo si saprà al momento del parto e potrà accadere che la probabilità si trasformi in certezza. Se sarà presente al parto, forse sarà proprio lei a dovercelo comunicare. Per fortuna lei sa bene che questo fatto è solo un dettaglio e che la gioia di prendere finalmente fra le braccia il nostro bimbo non sarà minimamente turbata dalla notizia.
Ecco quindi il piccolo regalo che le chiedo: che condivida pienamente con noi questa gioia.
Mi scusi se mi permetto di chiederle questo. Per noi sarebbe veramente prezioso poterla condividere con lei. Forse lì in ospedale lei sarà l’unico con cui condividerla. Com’è prevedibile, si potrebbe venire a creare un clima di facce serie o tristi. Perfino genitori e suoceri, se saranno presenti, inco-minceranno a piangere o diventeranno tristi (e Dio solo sa se mai finiranno di esserlo!). E così que-sto nostro bimbo verrà privato senza motivo dell’entusiasmo che accompagna ogni nascita.
Eppure ci saranno buoni motivi per essere allegri esattamente come al solito; come tutti i bambini, il nostro bimbo si sazierà dell’amore sincero con cui verrà accolto. Noi ce ne prenderemo cura come ogni genitore fa con i suoi figli, occupandoci di tutti i problemi (più o meno gravi) che un figlio può avere. Non c’è di che avere paura, non c’è di che essere tristi; non ci sono particolari nuvole nere all’orizzonte, né per noi, né per lui.
Paradossalmente, si dovrebbe essere più felici per la sua nascita, più che per la nascita di un bambi-no “normale”. Basterebbe pensare al fatto che se questo bimbo fosse finito in un’altra pancia, non sarebbe forse riuscito a nascere. S’immagini con quale gioia una mamma deve aver riabbracciato un figlio fuggito o sopravvissuto a un campo di sterminio: non certo con la solita gioia! Allo stesso modo la nostra felicità sarà veramente grande.
In un certo senso, se il nostro bimbo fosse davvero malato, io quasi ci vedrei una manifestazione di “predilezione” da parte del nostro caro Padreterno… Al primo sospetto di malattia, quando mi sono immediatamente chiesta: “Perché proprio a me?”, la risposta l’ho trovata subito: perché di noi si può fidare!!! Ci ha già donato talmente tanto nella vita (e ancora continuerà a farlo), che si può permettere di farci questo “dono difficile”, sa che noi comprendiamo quanto è grande, sa che non dubitiamo di Lui, sa che possiamo essere in grado di vivere questa circostanza con il suo continuo dono.
Certo, è davvero assurdo il pregiudizio razziale nei confronti di questi bambini Down! Come se un bambino non fosse un bambino e basta: il fatto che sia in qualche modo malato, non dovrebbe farci aprire di più le braccia e il cuore? Com’è possibile che non risulti evidente che tutti i bambini sono uguali? Che senso ha distinguere quelli normali dagli altri? Anche tutti quelli normali sono diversi fra di loro; insegno a scuola da un po’ e ho avuto modo di studiare attentamente le loro diversità. C’è chi ci stupisce per una cosa, chi per un’altra… ognuno ha un fascino particolare, a volte anche nella miseria di quelle che chiamiamo abilità o capacità. Una società democratica non dovrebbe fare troppa fatica a riconoscere questa uguaglianza. Certo che ormai questa nostra cultura, di democrati-co, ha proprio solo il nome!
Qui la fede non c’entra proprio. Che tutti i bambini sono uguali (o che un feto e un bambino sono la stessa cosa) è un’evidenza della ragione, un fatto che bisognerebbe solo “vedere”. Ma ormai la ra-gione, che tanti sbandierano ad ogni occasione, in realtà è stata brutalmente sedata e immersa in un sonno profondo. E “genera mostri”! Oggi come oggi, vivere una dimensione religiosa sana e auten-tica è forse l’unica esperienza in grado di riattivare l’uso della ragione, di restituire alla vita quelle caratteristiche “normali” e “umane” che pare avere perso…
Invece tanti dicono che i cattolici sono oscurantisti! Che strano siano spesso gli unici ad affermare con forza l’uguaglianza fra i bambini! Strano che sia proprio la fede a garantire un atteggiamento ragionevole e pienamente umano di fronte a questi piccoli. Per chi crede, si aggiunge qualcosa in più, perché l’uguaglianza si rivela molto più radicale; ogni volta che nasce un bimbo è Natale. Ogni bambino concepito diventa “adorabile”!!!
Continua a sembrarmi strano che la gente pensi che chi ha fede abbia semplicemente dei valori o degli ideali da seguire; evidentemente del cristianesimo non ha mai capito o non ha mai voluto capi-re nulla. Da quando il Mistero della vita e del mondo ha avuto l’intuizione geniale di rivelarsi, di “incarnarsi”, tutto è diventato semplice: il mistero stesso mi può parlare, abbracciare, stringere la mano, amare concretamente (perfino carnalmente visto che sono sposata!). Un cristiano è una per-sona davvero tanto concreta, un sano materialista: abbracciare un bambino o pregare sono la stessa cosa.
Io e Nicola, quando ci siamo sposati, abbiamo scelto un salmo che ci accompagnasse per tutta la vita. Si tratta del salmo “Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”; il cuore e la carne effettivamente hanno esultato spesso, in modo speciale alla nascita dei nostri bambini. E anche questa volta sarà così. E la nostra speranza è che ogni persona scopra quel tanto o poco di fede che basta per non perdersi la bellezza della vita.
Speriamo che questa piccola nostra fede ci accompagni per i prossimi anni: una fede che ci servirà tanto, non solo per relazionarci con i nostri figli, con i loro problemi o con i nostri amici, ma con tutti gli altri (genitori compresi, quasi certamente). Forse i problemi più grossi infatti sorgeranno in tal senso.
E’ triste pensare che per qualsiasi mamma il fatto di prendersi cura di un bimbo con la sindrome di Down non sarebbe probabilmente di per sé un gran problema. Il vero problema, quello che scorag-gia e conduce alla decisione sofferta e disumana di eliminarlo prima di nascere, è il dover affrontare quotidianamente (e per tutta la vita) i pregiudizi e la stupidità della gente che ci circonda.
Non è tanto la forza di affrontare i problemi legati alla sindrome di Down che ci potrà venire a mancare, quanto la forza di rimanere con carità in mezzo a questa gente. Noi cercheremo di far ve-dere, di spiegare, ma forse nessuno vorrà vedere o ascoltare. Così dovremo fare un continuo lavoro, una fatica continua, di cui nemmeno vedremo particolari esiti. Noi siamo proprio persone come gli altri, fragili come loro. Ci stancheremo in questo lavoro, ci arrabbieremo, magari tenderemo a chiu-derci. Speriamo tanto che questo non accada. E poi ci sono sempre i nostri stessi pregiudizi e la no-stra stessa stupidità in agguato; anche a me non è forse capitato di vedere un bambino Down e di pensarlo per un attimo inferiore a mio figlio? Non mi capiterà di essere triste a causa del suo ritardo mentale, dato che proprio io ho sempre tenuto tanto ad essere la prima della classe sia quando stu-diavo sia poi sul lavoro? La mia fragilità e la mia povertà salteranno fuori sul più bello, chissà quan-te volte. Ma so anche che posso contare sempre sull’aiuto di Qualcuno, che può rimediare a tutto. Quindi ci sono tante ragioni per sperare in bene.
Basta, l’avrò annoiata! Mi avrà sopportato? Spero di sì…
Un’ultima cosa: volevo dirle che lei è proprio una gran bella persona, una persona speciale. Si vede che dona le sue intere giornate a far nascere i bambini e ad assistere le mamme; è così bello vedere una persona che dà la vita per farli nascere, i bambini… Tutta la fatica che fa è per stare in un posto davvero privilegiato, che le consente di vedere il mistero della vita che si forma, si sviluppa e nasce, in continuazione. Da questa posizione privilegiata è davvero uno dei pochi che può “sentire” quello che le ho scritto.
Così, tornando al regalo, certa che me lo farà, la abbraccio anticipatamente!
Paola e Nicola
Pubblicata da Mariagloria
Montenero Domenica mattina

Questa mattina abbiamo deciso di andare a Montenero, considerando la bella giornata di ieri, abbiamo deciso di salire a piedi da Piazza delle Carrozze lungo la salita della vecchia strada che da Montenero basso porta al Santuario. La novita' inattesa e' stata invece il tempo meteo, siamo ricaduti nuovamente in una giornata invernale, acqua,vento e freddo.
Pertanto, dopo la S.Messa, siamo scesi con la funicolare e tutto sommato e'stata una bella esperienza.
Temperatura 5° e nevischio non c'e' male considerando che ieri "Tutti al Mare" eravamo a 21°, proprio il caso di dire "non ci sono piu'le stagioni come una volta.
sabato 3 aprile 2010
UOVO PASQUALE

Il significato e la tradizione delle uova
In tutto il mondo, ormai, l'uovo è il simbolo della Pasqua. Da sempre le uova sono il simbolo della vita che nasce, ma anche del mistero, quasi della sacralità. Nel paganesimo, in alcune credenze, il Cielo e la terra venivano concepiti come due metà dello stesso uovo. Greci, Cinesi e Persiani usavano scambiarsi uova di gallina come doni per le feste Primaverili, così come nell'antico Egitto le uova decorate erano regalate all'equinozio di primavera. Con l'avvento del Cristianesimo, l'uovo si legò all'immagine della rinascita non solo della natura ma dell'uomo stesso, e di Cristo. Nel Medioevo le uova venivano regalate ai bambini ed alla servitù per festeggiare la Resurrezione. Ancora oggi, in Germania e in Francia, vengono nascoste le uova nei giardini per poi invitare i bambini a trovarle. Nei Paesi Scandinavi le uova sono oggetto di giochi d'abilità ed assumono valenze particolari (andare in chiesa con in tasca un uovo nato il Giovedì Santo aiuterebbe a smascherare le streghe). In occasione della ricorrenza dei morti, celebrata il venerdì successivo al giorno di Pasqua, gli ortodossi usano ancora colorare le uova di rosso e metterle sopra le tombe, quale augurio per la vita ultraterrena. Pare che questa tradizione sia legata ad una leggenda su Maria. Si narra che la Madonna facesse giocare Gesù Bambino con delle uova colorate e che il giorno di Pasqua, tornata sul sepolcro del Figlio, vi trovasse alcune uova rosse sul ciglio. Si racconta, anche, che Maria Maddalena si presentasse all'imperatore Tiberio per regalargli un uovo dal guscio rosso, testimonianza della Resurrezione di Gesù e che Maria, Madre del Cristo, portasse in omaggio a Ponzio Pilato un cesto dorato pieno di uova per implorare la liberazione del Figlio. Già nei libri contabili di Edoardo I di Inghilterra si fa menzione di una spesa di 18p. per 450 uova rivestite d'oro e decorate, da donare come regalo di Pasqua. Tra le più celebri uova sono sicuramente quelle che il maestro orafo Peter Carl Fabergè ricevette nel 1883 dallo zar Alessandro, commissione per la creazione di un dono speciale per la zarina Maria.
ORIGINI DELLA PASQUA
Origini e significati della Pasqua
Il termine Pasqua, in greco e in latino “pascha”, proviene dall'aramaico: pasha, che corrisponde all'ebraico pesah, il cui senso generico è “passare oltre”. Il significato effettivo della parola non è del tutto certo. Un gruppo di Padri della Chiesa d'origine asiatica (tra i quali Tertulliano, Ippolito, Ireneo) collegano la parola pascha al termine greco pàschein, che significa soffrire. Sebbene l'etimologia del termine non sia corretta, in quest'ipotesi vengono colti i significati intrinseci della Pasqua: il sacrificio e la salvezza. Per un'etimologia più esatta della parola bisogna ricorrere ad Origene ed agli alessandrini, che intendono il senso come “passaggio”. In questo caso il passaggio è attraverso il Mar Rosso, dalla schiavitù alla Terra Promessa, dunque dal vizio del peccato alla libertà della salvezza, attraverso la purificazione del battesimo. Applicata a Cristo, detta etimologia suggerisce il Suo passaggio dal mondo terreno al Padre. Un terzo gruppo di scrittori (Procopio di Gaza, Teodoreto di Ciro, Apollinare di Laodicca) suppone che l'espressione “passa oltre” si riferisca all'Angelo sterminatore, che, vedendo il sangue sulla casa degli ebrei “passa oltre”, salvando coloro che risiedono all'interno: ma, anche, al “passare oltre” alla morte da parte di Cristo. “Ci fu un'epoca nella vita della chiesa in cui la Pasqua era, per così dire, tutto” (R. Cantalamessa). La Pasqua è, infatti, la festa liturgica più importante per il cristianesimo. Commercialmente soppiantata dal Natale e da alcune tradizioni pagane più allettanti per la società moderna, la Pasqua rappresenta e celebra i tre momenti fondamentali del cristianesimo: la Passione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. Essa si pone come nucleo del patrimonio liturgico e teologico del cristianesimo. A ciò si aggiunga che la Pasqua rappresenta il raccordo con la matrice giudaica del cristianesimo e al tempo stesso, il momento di affrancamento da tale matrice. La festa cristiana viene assunta dalla celebrazione della liberazione del popolo di Mosè dalla schiavitù in Egitto, festeggiata in occasione del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera.
Il termine Pasqua, in greco e in latino “pascha”, proviene dall'aramaico: pasha, che corrisponde all'ebraico pesah, il cui senso generico è “passare oltre”. Il significato effettivo della parola non è del tutto certo. Un gruppo di Padri della Chiesa d'origine asiatica (tra i quali Tertulliano, Ippolito, Ireneo) collegano la parola pascha al termine greco pàschein, che significa soffrire. Sebbene l'etimologia del termine non sia corretta, in quest'ipotesi vengono colti i significati intrinseci della Pasqua: il sacrificio e la salvezza. Per un'etimologia più esatta della parola bisogna ricorrere ad Origene ed agli alessandrini, che intendono il senso come “passaggio”. In questo caso il passaggio è attraverso il Mar Rosso, dalla schiavitù alla Terra Promessa, dunque dal vizio del peccato alla libertà della salvezza, attraverso la purificazione del battesimo. Applicata a Cristo, detta etimologia suggerisce il Suo passaggio dal mondo terreno al Padre. Un terzo gruppo di scrittori (Procopio di Gaza, Teodoreto di Ciro, Apollinare di Laodicca) suppone che l'espressione “passa oltre” si riferisca all'Angelo sterminatore, che, vedendo il sangue sulla casa degli ebrei “passa oltre”, salvando coloro che risiedono all'interno: ma, anche, al “passare oltre” alla morte da parte di Cristo. “Ci fu un'epoca nella vita della chiesa in cui la Pasqua era, per così dire, tutto” (R. Cantalamessa). La Pasqua è, infatti, la festa liturgica più importante per il cristianesimo. Commercialmente soppiantata dal Natale e da alcune tradizioni pagane più allettanti per la società moderna, la Pasqua rappresenta e celebra i tre momenti fondamentali del cristianesimo: la Passione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. Essa si pone come nucleo del patrimonio liturgico e teologico del cristianesimo. A ciò si aggiunga che la Pasqua rappresenta il raccordo con la matrice giudaica del cristianesimo e al tempo stesso, il momento di affrancamento da tale matrice. La festa cristiana viene assunta dalla celebrazione della liberazione del popolo di Mosè dalla schiavitù in Egitto, festeggiata in occasione del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera.
martedì 30 marzo 2010
La nostra Italia

Con l'elezioni regionali di Domenica e Lunedì per tre anni non ne sentiremo parlare più, noi cittadini continueremo il nostro tran tran, e cercaremo di sbarcare il lunario nel miglior modo possibile, mentre loro, i politici dell'arco costituzionale, continueranno a litigare a diffamarsi e ad ostacolarsi in ogni occasione.
Le riforme che tanto sono sventolate in campagna elettorle sia da sinistra che da destra non saranno fatte.
Al di là di come uno la pensi politicamente, un dato di fatto inconfutabile, sarà che i mutamenti della nostra società saranno dettati dall'unico settore che non trova difficoltà ovvero quello del consumismo sfrenato, senza rendersi conto che il tutto comporta una forte dissociazione tra società e stato, o meglio ancora tra società e politica.
il disamore dalla politica, quella con la P maiuscola, è ormai un dato di fatto e l'astensionismo che in queste elezione ha toccato percentuali da terzo mondo, ne è un segnale allarmante.
Un'altra tipicità, tutta italiana, è quella dei risultati che matematicamente sono indiscutibili, mentre politicamente non trovano nè vinti, nè vincitori, basta sentire le varie trasmissioni più o meno moderate che in queste ore si possono vedere e sentire sui canali Tv e Radio;sarà mai possibile avere delle risposte dalle urne univoche e precise anche dal punto di vista delle interpretazioni che i partiti danno ai numeri, la matematica non è una opinione.
Chi fà riferimento ai dati reali sono certamnete i vincitori, chi l'interpreta riferendosi ad altre tornate elettorali o a presunte statistiche dei giorni precedenti alle votazioni, che li davano per sconfitti od altro, sono certamente i perdenti.
In queste elezioni però vi sono altre realtà, come il l'UDC che si è schierata di volta in volta con la sinistra o la destra a seconda del programma, anche se a molti è sembrato più uno schierarsi con quello più forte.
Vi sono stati anche due nuove realtà l'IdV e i gruppi 5 Stelle, cioè gruppi di supporto a Beppe Grillo.
L'IdV si è visto confermare ed aumentare la propria presenza a livello nazionale, mentre i Gruppo 5 Stelle ha ottenuto un successo personale ed indipendente che però talvolta ha tolto voti importantissimi alla Sinistra, come si è potuto vedere nel Piemonte, avvantaggiando il Centrodestra, pertanto andando esattamente contro il loro obbiettivo principale.
Nel quadro nazionale è stata confermata il notevole frazionamento della Sinistra in tanti rivoli, mentre il Centrodestra ha fatto quadrato intorno ad un unico candidato. La regione Lazio è la dimostarzione più lampante di come convergere verso una candidata, che per giunta partecipava con una propria lista civica, senza la presenza della vera lista di centrodestra per le ben note vicende sulla presentazione delle liste.
L'altro dato inconfutabile è che hanno certamente incontrato maggiormente il favore degli elettori quei partiti, o gruppi politici, che hanno fatto una campagna elettorale svincolata dalla politica di palazzo, offensiva e denigrante, bensì riferendosi ad una politica più vicina alla gente e soprattutto alle loro esigenze giornaliere.
Non ha pagato nemmeno la forma di aggressione verso il Premier, e soprattutto solo verso di Lui, anzichè controbattere con argomenti e soluzioni veramente alternative e realizzabili. Sicuramente la preparazione politica, culturale e morale di questi politici non è paragonabile a quella degli attori della prima repubblica. Tali personaggi infatti venivano quasi tutti dalle scuole di partito e con esperienze forti come la guerra, il patriottismo, la resistenza da una parte e la repubblica di Salò dall'altra. Pertanto personaggi con un forte attacamento alla società, con radici nell'agricoltura e nell'industria; la ricostruzione del dopo guerra fù poi un forte collante e in molti casi aiutò il dialogo costruttivo anche se contrapposto nei propri ideali.
Gli ultimi decenni dael XX° secolo, hanno trasformato la nostra economia da produttiva, industriale e soprattutto di trasformazione delle materie prime, a quella quasi esclusivamente finanziaria e commerciale, con l'unica eccezione dell'iniziativa privata e artigianale. Con questa trasformazione l'interesse privato ha sostituito l'interesse pubblico e talvolta con il supporto della delinquenza organizzata, ha portato alla corruzione e al clientelismo.
Un'altra verità è che la maggioranza non avrà più l'alibi del non poter governare a causa del clima di rissa che vi è in Parlamento, adesso vi sono tre anni liberi e quindi volendo c'è tutto il tempo per realizzare riforme e nuove leggi, speriamo soltanto che insieme alle leggi il Governo trovi i necessari finanziamenti e non ci lasci, come recentemente è capitato, una marea di leggi inapplicabili per mancanzo di sotegno finanziario.
Chi vivrà, vedrà, augurandosi di vivere e non sopravvivere.
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